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martedì 19 gennaio 2010

LUCANIA, LA TERRA DEI TRE IMPERI D’OCCIDENTE


LA TERRA DEI TRE IMPERI

di Aristocrazia Duracruxiana
Conosciuta anche col meno amato nome bizantinofono di “Basilicata”, la Lucania è senz’altro una delle regioni d’Italia meno conosciute, visitate, turisticizzate; e non è un caso, né tantomeno la sfiga, ma una meravigliosa evidenza della sua natura di terra fiera, impervia e senza compromessi.Gli stessi Romani dovettero faticare non poco per penetrarvi e sottometterla, senza fra l’altro riuscirvi completamente per via dell’ardore dimostrato dagli antichi “Lucoi” (foto 1), i “boscosi” abitanti autoctoni, che in ogni caso non permisero la costruzione di alcuna via di collegamento diretto fra Roma e l’approdo metapontino al mar Jonio, che sarebbe invece dovuta essere quella via Appia, di fatto deviata verso le puglie.Questa sua natura geografica severa e impietosa è riuscita a proteggerla nei secoli da invasioni, stanzialità allogena, ipertrofia demografica, immigrazione e persino da quel turismo di massa in ogni caso nefasto; e tuttociò nonostante in poco spazio, delimitato da ben due mari, vi sia un concentrato di preistoria, fenomenologia carsica e geologica fra cui laghi vulcanici unici nel loro genere come quello di Monticchio, una orografia spettacolare e molto simile a quella alpina, spiagge incontaminate, siti archeologici, templi greci, città romane, grotte paleocristiane, chiese rupestri, cattedrali gotiche e castelli medievali. Il tutto ammantato da un clima secco e ideale in ogni stagione, una pulizia dell’ambiente degna d’un paese del nord Europa, ed una cordialità dei locali senz’altro specchio di quelle certezze etnografiche e identitarie che accennavamo all’inizio.
Anzitutto, girando per la regione, si fatica a credere di trovarci nell’ipertrofica e cementosa Italia attuale, quando in piena stagione estiva, pur procedendo su strade e superstrade di grande raccordo intraregionale, possono trascorrere interi minuti di orologio senza che s’incroci neppure un’altra automobile. Fantastico.
Eppure di ricchezze che la rendessero appetibile questa terra ha sempre abbondato: i Greci, nel VII secolo a.C. già intrattenevano benevoli scambi commerciali con le popolazioni locali, i cui cenni reciproci furono da presto ben riscontrabili nell’artigianato (foto), nei costumi, nella cultura enologica della regione che non a caso chiamarono Enotria e che, sbarcativi a Metaponto, fascinarono e assorbirono a loro volta, amplificandone poi il gusto e le forme grazie al successivo imperialismo magnogreco che fece da cassa di risonanza della cultura lucana sino a Roma: si guardi la somiglianza delle armi (foto), la presenza nell’Olimpo sia greco che romano di divinità italiche antichissime come la Dea Mefite, venerata in questi luoghi come nume tutelare della fertilità e della terra.
E poi i Romani con Venosa, che diede i natali al poeta latino Orazio; i Normanni con Melfi, quando tra il 1000 ed il 1100, incrociando il loro animo guerriero con l’antica spiritualità italo-greca (che si alimentava dell’esperienza monastica basiliana), andarono a forgiare su quei territori una nuova cultura di stampo fortemente europeistico ante litteram, inaugurata politicamente da Carlo Magno e proseguita poi con gli Ottoni sino a Federico II che farà del maestoso castello di Melfi la propria residenza ed una delle roccaforti strategiche del Sacro Romano Impero contro l’invasore infedele, inquadrando tale zona all’interno d’un sistema difensivo innovativo e avveniristico costituito nel Giustizierato di Basilicata attraverso un atto giurdico di rilievo storico denominato “Statutum de reparacione castrorum”.
Basti pensare che la prima Crociata, promossa da papa Urbano II, fu indetta ufficialmente a Banzi, (annoverato non a caso fra i nostri Lvci Dvracrvxiani), un incantato borgo lucano ove ogni anno si celebra la ricorrenza dell’evento attraverso una pomposa rievocazione storica (foto).
Forse nessun altro punto geografico dell’Europa costituisce quel perfetto fuoco di intersezione delle tre grandi culture occidentali, l’ellenica, la latina e la gotica, i tre grandi imperi d’Occidente che seguendo una linea longitudinale, non poi così solo immaginaria, sembrano volersi passare cronologicamente il testimone d’una egemonìa fatidica e ideale che ieraticamente rappresenti l’ascensione dell’uomo verso l’Alto.
Ed il tempio di Hera, eretto presso Metaponto nel VI secolo a.C. sui resti di un preesistente villaggio neolitico, e chiamato a partire dal Medioevo anche “Tavole Palatine” (forse per averne Carlo Magno ripreso le fattezze esteriori nel far disegnare la propria mensa palatina, o forse in onore di Ottone II che ivi stanziò le proprie truppe in occasione della grande e gloriosa offensiva sferrata contro i saraceni nel 982), è una degna rappresentazione topografica di tale fusione ideale e politica. Quel che è certo è che all’ombra di quelle colonne ancora vibrano i dotti sussurri dei discepoli pitagorici che vi si raccoglievano per studiare gli insegnamenti del grande matematico nativo di questi luoghi e che, val ricordarlo, ben poco ha da invidiare in termini di riconoscimenti storico-scientifici ai suoi colleghi arabi, cinesi, atzechi o egizi…troppo spesso mendacemente considerati dai soliti patetici xenofili d’accatto le sole grandi menti scientifiche dell‘antichità..
E lo stesso monachesimo occidentale ha lasciato qui le proprie veementi testimonianze ancora una volta in controtendenza rispetto al flusso di eventi storico-politici propri della latitudine del luogo: l’influenza bizantina sul meridione d’Italia dopo la caduta dell’Impero d’Occidente è stata indubitabilmente forte, sebbene osteggiata con onore ed orgoglioso irredentismo ereditario da parte di chi, a ragione, si sentiva ben più romano di Bisanzio per maggiore prossimità etnica, culturale ma soprattutto per diretta discendenza giuridico-politica: Longobardi, Franchi ed infine gli ultimi e più sincretici depositari dell‘”imperialità romana“, i Germani.Ed a conferma di tali consecutiones storiche soccorre in primis l’archeologia: monumenti ipogei come le chiese rupestri del materano, ed in particolare la Cripta del Peccato Originale, forse la più importante scoperta di archeologia cristiana dal dopoguerra, interamente affrescata con scene della creazione ad opera di monaci benedettini dell’VIII secolo, confermano, con una sorta di “innesto della tradizione pittorica beneventana”, una presenza monastica non di matrice bizantina, come sarebbe stato geograficamente più logico, bensì monastico-occidentale, e quindi filo-imperiale, che testimonia come la Lucania sia passata dai Greci ai Germani senza esser transitata per dominazioni levantine, al pari di altre regioni meridionali meno fortunate come la Sicilia, la Puglia e la stessa Campania.
Del resto, l’ossessiva presenza di maschere apotropaiche in pietra di ogni dimensione, incastonate negli angoli più reconditi dei vicoli paesani di questi scrigni d’arte svettanti di torri e campanili, devono aver avuto il loro effetto per aver protetto così amorevolmente un territorio che appare immacolato nella sua preservazione architettonica, artistica e ambientale: Craco, il paese fantasma (dove son state girate le sequenze più drammatiche della “Passione” di Mel Gibson, ma anche, insieme ai “Sassi” di Matera, scene dell’ultimo “Guerre Stellari” – non che ciò debba esserne vanto, ma una constatazione di pregio estetico sì -); Ripabianca, appollaiata su un colle da cui risplende in quel suo lucore che fa comprenderne il nome; Vaglio, che ospita un altopiano interamente occupato da siti archeologici risalenti al neolotico all’interno dei quali compaiono misteriose croci greche istoriate nella pietra a riprova dell’immanente valenza antropologica occidentale del sacro simbolo; Atella, caratterizzata da una spettacolare piazza monumentale. Che dire?! Parliamo di borghi d’inestimabile fascino che sembrano strappati alle tele di qualche pittore romantico (e quanti ne son venuti qui a trarre ispirazione, soprattutto tedeschi..).
Acerenza, altro borgo che toglie il respiro, preserva forse la più bella cattedrale in stile romanico-normanno che si trovi su suolo italico, e la cripta, datata 1524 raccoglie testimonianze templari ed una serie di affreschi del Todisco che richiamano al senso più profondamente cristiano della vita e della morte (foto).La presenza templare e dei Cavalieri Teutonici, testimoniata non solo da numerose commende fra cui, celeberrima, quella di Venosa, ma soprattutto da incontrovertibili prove simbologiche repertabili ovunque sul territorio della regione, ha sempre assicurato una salvaguardia degli accessi a e dal mare efficiente e capillare, garantendo alla Lucania una salubrità invidiabile rispetto ad eventi invasori ed inculturazionisti: citiamo per tutti l’evento storico che vede gli Ospedalieri nel 1480 respingere l’assalto dell’esercito di Maometto II durante il tentativo di occupazione rodiese, alla cui difesa contribuìrono decisivamente le forze cristiano-occidentali coalizzatesi contro gli infedeli e dipartitesi proprio dai porti lucani.A questo riguardo non possiamo descrivere che come “indescrivibile” (ma testabile da chiunque volesse tentare l’impresa) l’emozione dell’approdo dal mar Jonio alla costa metapontina da Noi effettuato, pagaja alla mano, partendo dalla spiaggia di Nova Siri in direzione della foce del fiume Sinni, lungo lo specchio di golfo antistante Metaponto-Policoro: in questo punto la costa è rimasta talmente incontaminata – persino dal cemento alberghiero – che riteniamo la scena che ci ha accolti possa esser stata davvero simile a quella vissuta dai primi visitatori greci che sbarcarono qui oltre 700 anni prima di Cristo (foto): uno sconfinato arenile incorniciato da una folta vegetazione boschivo-marittima che, inoltrandoci lungo il corso del fiume una volta superata la foce, offre una varietà di specie animali e vegetali a tutt’oggi insperabile da potersi scorgere con tanta facilità (foto). Ed il pensiero vola ad oltre quella foce, punto d’intersezione ed incontro fra due magnifiche civiltà consanguinee: la greca e la latina; il salato della commozione prende il posto di quello degli schizzi della risacca nel preciso istante in cui la nostra piccola prora di tecnologico poliuretano espanso scivola oltre tale limes compiendo un passaggio geofisico così semplice, ma dal tenore simbolico così elevato e solenne. (foto)
E poi Matera (foto), che con la sua sconfinata gravina (foto) offre allo spettatore quel qualcosa di spiazzante che troppo spesso gli esterofili da erba del vicino sempre più verde – grazie al cagar sulla propria – sono andati a cercarsi all’estero, senza mai farsi un giretto in auto dalle proprie parti.Quanto a Matera di notte è un altro spettacolo decisamente da vivere più che da leggere: nostro impegno è fornire lo spunto, la garanzia e qualche immagine, nulla di più, il resto è lì che v’aspetta!
Il piccolo lago vulcanico di Monticchio è bellissimo, immacolato nella sua perfezione geometrica, ed ha nell’estrema profondità delle sue verdi acque una caratteristica geologica che gliene garantisce primato nazionale. Chissà che là sotto non si celi in qualche modo anche parte di noi…una foto subacquea l’abbiamo comunque strappata al pelo d’acqua e alle ninfee che ne velano l’alveo.
Concludiamo con il cibo gustato in occasione del viaggio: divino come il vino, e come gli dei che, greci, romani o lucani, se ne saranno deliziati a sfinimento sin dall’inizio dei tempi, e così è rimasto: mare o montagna, con pochi euro gusterete alla grande e ovunque una cucina semplice, ricca e identitaria; da segnalare le burrate fresche di giornata servite nelle masserie: almeno in quel latte vero come la vita il tempo s’è fermato da un pezzo, sprezzante certezza di qualsiasi indegna sofisticazione organolettica: sa di latte lucano perché è prodotto in Lucania.

“URTARONO GLI SCUDI DI CUOIO, LE LANCE E IL FURORE DEGLI UOMINI CORAZZATI DI BRONZO; E GLI SCUDI DI BRONZO COZZARONO INSIEME; GRAN FRAGORE SALIVA”Omero, Iliade, VIII.

HELMUT LEFTBUSTER e G.dX.

sabato 7 febbraio 2009

RITORNARE ALLE NOSTRE RADICI

MUSICA POPOLARE
CONCERTI E DIBATTITI PER RISCOPRIRE LA TAMMURIATA

Da domani a domenica l'appuntamento all'"Ave Gratia Plena" nel centro storicoTre giorni di dibattiti, concerti ed esposizioni: "Popolo ’e tammurriata", da domani a domenica animerà l’albergo per la gioventù "Ave Gratia Plena", in via dei Canali, nel cuore del centro storico di Salerno. Dalle 17.30 di domani non mancheranno interessanti spunti di discussione e confronto miranti alla riscoperta del carattere popolare, accanto a storici e studiosi di strumenti tradizionali, tra artigiani, cantori, musicisti e danzatori. L’associazione "Daltrocanto" ha percepito la necessità di riassaporare, condividendole con i cittadini, le tradizioni musicali e culturali del posto, creando così un’occasione di studio, confronto e anche divertimento, mettendo in vetrina gli elementi che nel miglior modo sanno reinterpretare lo stile culturale della "tammurriata".Ieri mattina la presentazione dell’iniziativa presso la sede della Provincia di Salerno, aperta con il folclore dei canti, tra sonorità a molti ben note inserite nel clima festoso dei balli popolari. «Un momento di apertura alla tradizione e alla conoscenza che va colto con sapienza ed entusiasmo - spiega il direttore dell’" Ave Gratia Plena", Domenico Barone - Sono lieto di poter ospitare una manifestazione così profondamente legata alla nostra storia».La "popolarità" dunque si apre anche ai non addetti ai lavori, riscoperta nella sua veste ludica, che sa confidarsi all’orecchio delle nuove generazioni, accanto alle precedenti. Di qui il confronto, lo scambio di punti di vista, l’interpretazione del vero senso insito nel ruolo della tradizione, dei suoi molteplici codici di comunicazione utilizzati, tra mille sfaccettature diverse che insieme compongono un vortice di informazioni. Un tema centrale attorno al quale viaggeranno per tre giorni le menti di antropologi, pubblici amministratori, editori, cantori, amatori, giornalisti e musicisti.
Il primo incontro di domani ha come titolo "Musica artigianale": strumenti tipici della musica popolare, dalla tutela del patrimonio culturale a nuove opportunità di lavoro per giovani musicisti e artigiani. Ed inoltre concerto ed esposizioni di chitarre battenti. Ogni giornata porrà la propria attenzione su uno strumento diverso tra zampogna, ciaramelle, tamburi a cornice e castagnette, partendo dall’analisi dell’origine storica, fino a conoscerne le tecniche di costruzione ed esecuzione. Domenica, a conclusione dell’evento, "Grande tammurriata collettiva con la compagnia Daltrocanto". La manifestazione è stata realizzata anche grazie al prezioso supporto dell’ assessorato alle Politiche del Lavoro della Provincia di Salerno, retto dall’assessore Massimo Cariello.

Giuliana Giannattasio
(05 febbraio 2009)

fonte: http://lacittadisalerno.gelocal.it/

lunedì 5 gennaio 2009

I LUCANI NELLA PIANA DEL SELE



La Piana del Sele configurò il bacino di raccoglimento di diversi popoli dell’antichità: Etruschi, Piceni, Greci, Romani.
Ma coloro che hanno conferito un impronta etnica chiara e permanente a tale territorio vanno individuati nei Lucani
D’altronde anche le recenti immigrazioni dall’entroterra potentino e cilentano sembrano ulteriormente rafforzare questo dato storico, a testimonianza di una contiguità di tipo osmotico tra la regione interna e la piana stessa. Quindi in sostanza il riferimento principale da cui attingere le nostre origini di abitanti della Piana del Sele è quello lucano.
I Lucani affiorarono attraverso la sovrapposizioni delle stirpi osco-sannitiche spostatesi più a sud, con gli antecedenti Enotri e con le popolazioni autoctone locali di retaggio paleoeuropeo.
La loro denominazione rimanda all’etimologia latina “lucus” (Bosco sacro) o dal greco “lukos” (lupo) conformemente alle peculiarità morfologiche territoriali e ai riti italico-totemici della Ver Sacrum ( primavera sacra).
La presenza lucana nella Piana del Sele sventagliò da Agropoli sino alla sponde del fiume Tusciano interponendosi sul piano cronologico tra la colonizzazione greco-sibarita (Poseidonia) e il dominio romano. Essi intorno al 400 a. C. piombarono dai varchi appeninici soggiogando l’intera piana tra cui le città di Eburum (odierna Eboli) e Posidonia (ribattezzata lucanamente Paistom). L’eredità di questo antico popolo è riconoscibile dagli svariati reperti assurti alla luce, stanti a palesare soprattutto la propria inclinazione guerriera, aristocratica e patriarcale. I Lucani, è risaputo, assorbirono molto della cultura greca, in primis, mutuarono l’uso dell’alfabeto. Un armonico intreccio culturale diede corpo alla fascinosa “koinè” di cui, sotto certi aspetti, ancora oggi ne ammiriamo le fattezze (dipinti, sculture, tombe, elmi, armi etc…).
Come gran parte delle popolazioni italiche guerriere nel “pantheon lucano” si evince la devozione per il dio della guerra Mamerte, l’equivalente del Marte romano di cui è palese la radice cultuale uranico-indoeuropea. Ad esso si affianca il culto della dea ctonica delle acque Mefite : una volta giunti alla foce del Sele ebbero il modo di riproporlo sotto le vesti matriarcali di Hera Argiva. Il connubio culturale ellenico-lucano fu ampiamente riuscito, scevro da snaturamenti e disarmonie, in virtù della comune matrice indoeuropea dei due popoli. Ecco perché la Paistom lucana riuscì a preservare le caratteristiche originarie di “polis”, implementata delle nuove forme culturali e sociali.
I Lucani trovarono sul loro destino la potenza di Roma. Analogamente ad altre tribù osco-italiche (Sanniti, Brettii) riuscirono, tuttavia, a vendere cara la pelle anche in virtù del loro temperamento tenace, bellicoso, rude.
Una “resistenza etnica” il cui filo rosso si estende fino al XIX secolo….con la guerriglia difensiva innescata dai briganti lucani contro le umiliazioni inferte dall’invasore sabaudo-unitario. Un filo rosso che attende di essere ulteriormente afferrato, in vista dei futuri prosceni dai cui potrebbe stagliarsi un nuovo ed inevitabile fronte di sbarramento etnico.... stavolta decisivo.

Silarus

venerdì 26 dicembre 2008

BRIGANTI, RIBELLI, GUERRIGLIERI


Pietro Golia


Chiamiamo Ribelle chi nel corso degli eventi
si è trovato isolato, senza patria,
per vedersi infine consegnato all'annientamento.
Ma questo potrebbe essere il destino di molti - forse di tutti.
Perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione:
il Ribelle è deciso ad opporre resistenza,
il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata.
Ribelle è dunque colui che ha
un profondo, nativo rapporto con la libertà,
il che si esprime oggi nell'intenzione di contrapporsi
all'automatismo e nel rifiuto di trarne
la conseguenza etica, che è il fatalismo.

Ernst Jünger
dal Trattato del Ribelle (1990)



Li definirono briganti, ma erano guerriglieri. Li volevano calpestare e si ribellarono. L'epilogo della loro esistenza fu tragico. A loro fu negata la patria come senso di appartenenza, come comunità di fede e di destino. La loro era una cultura altra interdetta e condannata al silenzio.
Ciononostante i briganti riuscirono a calamitare masse inquiete, riottose e diseredate di fronte a tutte le ondate di giacobinismo militare e borghese, dei nuovi poteri locali antireligiosi e massonici, repressivi e sfruttatori. Gli invasori e i potenti galantuomini non ebbero vita facile, dovettero fronteggiare una guerra di guerriglia sanguinosa. I briganti non seguivano le grandi armate di eserciti stranieri ed invasori sul punto di vincere la guerra, come altri irregolari di epoca a noi più vicina.
I briganti erano l'avanguardia armata, la voce profonda del proprio popolo, che non va confuso con l'insieme della popolazione.
Consapevoli di ciò non abbassarono lo sguardo, non piegarono la testa, non si rassegnarono. Decisero di resistere, avvertendo a volte, e sapendo, che il loro destino era già scritto. Ma il brigante, il ribelle, ha negli occhi il sole accecante della libertà. E questo sole gli impedisce di vedere l'immediato, il conveniente. La sua è una sfida che l'antropologia dell'utile definirebbe disperata. Ma la dignità non ammette i calcoli dell'opportunità e non rispetta il vento della storia.
Scriverà Eric J. Hobsbawm nel 1971: "Il brigantaggio diventa il simbolo, anzi la punta avanzata di resistenza dell'intero ordine tradizionale contro le forze che cercano di scalzarlo e di distruggerlo. Una rivoluzione sociale non è meno rivoluzionaria perché si schiera a favore della reazione contro il progresso. I briganti insorgevano per l'ideale della società del buon tempo antico, simbolizzata naturalmente dall'ideale del Trono e dell'Altare. In politica i banditi tendono a essere dei tradizionalisti rivoluzionari".
E Hobsbawm senza dubbio dà una lettura della tradizione come rivoluzione che riecheggia parole e convinzioni di ben diversa provenienza.
Quella del brigante era anche una rivoluzione sociale che aveva poco a che vedere con un progetto conservatore, di pura e semplice nostalgia con il passato. "La tradizione non è il passato – ha osservato Alain de Benoist –. La tradizione ha a che vedere con il passato né più né meno di quanto ha a che vedere col presente o col futuro. Si situa al di là del tempo. Non si riferisce a ciò che è antico, a ciò che è alle nostre spalle: bensì a ciò che è permanente, a ciò che ci sta 'dentro'. Non è il contrario dell'innovazione, ma il quadro entro cui debbono compiersi le innovazioni per essere significative e durevoli".
I briganti non guardavano all'indietro, ma a quanto è eterno, alla fede, alla religiosità, alle consuetudini, alle identità, alle culture oggi definite subalterne, a tutto ciò che è perenne. Certo non facevano parte di un club giacobino, né partecipavano a sedute di autocoscienza assembleare. La loro resistenza nasceva dal rifiuto dell'arroganza, della violenza supponente, della brutalità dei potenti, della spietatezza ottusa dei colonizzatori.
Anche William Wallace, Braveheart, era un brigante, un cuore impavido, isolato, spogliato della sua patria, consegnato all'annientamento. È il destino questo di chi insorge per la buona causa, qualunque possa essere l'epilogo. Sulle loro gesta viene steso il manto gelido del silenzio, dell'interdetto vendicativo, della negazione etica. Nessun diritto, nessuna ragione. Il brigante ripugna a quanti coltivano l'etica del vincitore, del vincitore a qualsiasi costo e a qualsiasi prezzo.
Nella voce del brigante risuona la memoria profonda di popoli condannati al silenzio e proprio per questo leggendari. Certo quei ribelli ignoranti che in tutte le epoche hanno osato irridere i giacobini, i preti progressisti, i ricchi borghesi, i milionisti sono come una sfida intollerabile all'ordine costituito della censura e della menzogna. I padroni del pensiero e la classe proprietaria delle verità accademiche hanno già pronunciato il loro definitivo anatema. Anche se cercano di mistificare tra ambiguità e minimalismi recuperando pure in chiave classista la leggenda del brigantaggio. Che non fu solo rivolta dei senza terra per una rivoluzione agraria, ma fu ribellione di popolo per restaurare i valori perenni della tradizione. La stessa storiografia legittimista non riesce a comprendere del tutto il fenomeno del brigantaggio. Diffida della mobilitazione armata delle masse, della rivendicazione costante che queste fanno della propria autonomia, del populismo del cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria; ha orrore della violenza tragica e a volte irridente di questi contadini in rivolta. Da qui nasce l'isolamento del brigantaggio: ai giacobini il brigante ripugna, ai legittimisti ispira diffidenza e paura. Ecco perché l'Italia poté affondare la lama delle leggi speciali nella sabbia degli interessi di classe, dei conservatorismi e dei trasformismi di ceto, della cultura predatoria degli invasori sopraffattori.
Con lo stato d'assedio del 1862 e con la legge Pica del 1863 alla dittatura garibaldina, velleitaria e caotica, si sostituisce la dittatura della borghesia liberale che reprime le identità, le diversità e tutto ciò che sa di insubordinazione radicale e permanente. Il brigante diventa una minoranza etnica e criminale da annientare con il ferro e con il fuoco, soprattutto con l'arma del pentitismo e della corruzione. Violenza militare, repressione poliziesca e corruzione diventano un tutt'uno.
A uomini che come William Wallace, Braveheart, non avevano voluto vendere l'onore delle loro mogli o delle giovani figlie a signorotti prepotenti, viene negato ogni diritto. Contro i briganti e le popolazioni meridionali si esercita un razzismo etnico ben delineato dalle parole di uno dei tanti, il capitano piemontese del Corpo di Stato Maggiore Generale, conte Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, il quale scrive nel 1863: "Siamo fra una popolazione, che sebbene in Italia e nata italiana, sembra appartenere alle tribù primitive dell'Africa, ai Noueri, ai Dinkas, ai Malesi di Pulo-Penango. Di ladri formicola questo bel paese; sono tanti, quanti sono gli abitanti senza eccezione. Il brigantaggio è per ogni dove in queste province; esso si trova in tutti gli ambienti e su tutti i gradini della società; egli è nella natura e negli istinti di questi popoli”.
Erano queste le voci dei nuovi conquistatori-liberatori-invasori che giungevano dalle colonie del Sud, che dovevano essere normalizzate con la complicità silenziosa di quanti, terrorizzati, avevano perso la voce e la dignità di uomini liberi.

fonte: http://www.identita.info/index.htm

giovedì 13 novembre 2008

Culto di Hera e vincolo sangue-terra

Muoviamo dal presupposto che l’attuale razza bianca “europoide” scaturisce dalla sovrapposizione storica di altre due grandi stirpi .: gli indoeuropei e i paleoeuropei (quest’ultimi hanno nel loro archetipo l’uomo di Cromagnon)
Gli indoeuropei (o Arii) erano generalmente pastori e guerrieri connessi al nomadismo delle grandi lande dell’Europa centro-orientale e settentrionale e si compaginavano in austere società di tipo patriarcale.
I paleoeuropei invece popolavano l’Europa occidentale e mediterranea praticando attività territorialmente stabili come l’agricoltura e l’allevamento. Sul piano sociale formavano comunità nelle quali prevaleva il temperamento pacifico e matriarcale.
Tali differenti peculiarità propiziarono l’invasione degli indoeuropei nell’intero spettro continentale (II millennio a.C.) e la sovrapposizione e il “dominium” sociale di questi sulle popolazioni autoctone, ma fu al tempo stesso foriero di quell’efficace e benefico crogiuolo dal quale è andata successivamente plasmandosi la grande civiltà europea, articolata nelle sue specifiche forme nazionali, imperiali, culturali, spirituali, sociali.
L’aspetto religioso-spirituale anticamente aveva la sua rilevanza. E nel nostro caso si predispone come “termoregolatore” per proiettarci alle nostre più intime origini.
Ritornando alla dualità d’origine sopra indicata, la religiosità indoeuropea anteponeva nel proprio pantheon i culti celesti e uranici (Zeus, Apollo, Marte, Mercurio…) conformi più che altro ad una “weltanschuang” decisamente patriarcale e guerriera.
Quella paleoeuropea , invece, innucleava il proprio ethos devozionale sulle divinità lunari e ctoniche, sui culti della Terra e della Grande Madre, coerentemente alla loro indole di agricoltori: tribù delle quali preferivano una cultura radicata, sedentaria, autarchica al cospetto delle consuetudini nomadi e conquistatrici degli Arii.
I Romani e i Greci ,ma anche gli Italici e i Celti, configurando in gran parte la logica deduzione di questo amplesso etnico, tuttaltro che magmatico e informe, assorbirono ambedue le cultualità collocando ai vertici del loro pantheon sia grandi figure “celesti-solari” maschili (Zeus-Giove, Apollo, Ares-Marte etc…) sia grandi figure femminili (Hera-Giunone, Venere-Afrodite, Minerva-Atene etc..).. Non tragga in inganno la cosa. Non di certo tutto ciò lasciava intendere che l’implementazione di retaggi agro-matriarcali rimandasse alle fisime egualitarie e ginecocratiche sittanto osannate nel decomposto contesto attuale.
Le societas romane , elleniche e italiche assunsero, in varie misure, un ordinamento severamente aristocratico e guerriero (essendo i nuclei indoeuropei porsi a capo di esse) ma dalle consuetudini euromediterranee incorporarono il genuino valore che può germinare attraverso un saldo nexum tra l’uomo e la terra, e per riflesso , l’amore per la patria (terra dei padri). Il connubio divino tra sangue e suolo prendeva forma permeando gradualmente tutto il tessuto umano europeo.

Nella Piana del Sele i Greci sibariti (fondatori di Posidonia) nel VI secolo a.C. trasferirono e imposero il culto di Hera Argiva, il cui embrione rimanda alla polis di Argo (patria del mitologico Giasone).
Il Mito di Hera, la ‘giunonica’ dea dalle bianche e lunghe braccia, si incarnava nelle vesti di protettrice dei raccolti, custode delle partorienti e della fedeltà matrimoniale. In suo onore fu eretto un tempio alla foce del Sele (Heraion) e una basilica all’interno della polis di Posidonia. Cultualità che fu ossequiata e proseguita dai Lucani quanto dai Romani..
L’Heraion finì ingoiato dalla palude e dal bradisismo e Posidonia (Paestum) fu messa ferro e fuoco dai devastanti allogeni Saraceni.
Il culto di Hera sembrò svaporarsi e sprofondare assieme alle lapidee rovine dei suoi templi…ma non fu così. I paleo-cristiani del luogo, di fronte alle perpetue scorrerie arabe, ripararono sopra i monti sovrastanti la piana fondando villaggi e comunità come Calpatium (odierna Capaccio) nelle quali fu salvato e riproposto il culto di Hera nelle nuove sembianze della Madonna del Granato.
E’ incredibile la similarità delle due figure. La statua di Hera Argiva rinvenuta presso l’Heraion reca con sè nella mano sinistra il melograno (simbolo di fecondità) e si posiziona seduta su di un trono regale. L’iconografia della Vergine del Granato, tuttoggi oggetto di culto della comunità locale, riespone le identiche fattezze (con l’aggiunta del Bambino sulla parte destra) del suo archetipo. La sopravvivenza, seppur in diverse forme liturgiche, di tale culto rappresenta il segno di una continuità spirituale plurimillenaria.
Lo scenario attuale della Piana presenta l’insidioso popolamento di allogeni islamici, parenti molto prossimi ai loro ascendenti incursori e pirateschi, il cui lascito a noi postumi è più che palese e tangibile.
Incombe il pericolo di una frattura meta-temporale e temporale tracciata dal solco faglioso che intercorre tra l’uomo e la sua terra natìa.
Occorre rigenerare questo connubio reciso dalla cultura dominante e deformante,
occorre ricostruire la mitica simbiosi attraverso il rispetto della nostra Kultur tradizionale e dei nostri miti,
occorre rievocare in sé le energie latenti che ci ricoagulino con la sovradimensione divina del Sangue e della Terra.
E’ questo un compito inderogabile da assolvere nell’attesa per nulla remota della sfida titanica che tale epoca frappone al nostro Destino.

Silarus