EBOLI: ATTIVITA' DI CONTRASTO AL FENOMENO DI CAPORALATO
I Carabinieri della Compagnia di Eboli, nell’ambito del’attività di contrasto del fenomeno del “caporalato” e del favoreggiamento e sfruttamento della manodopera clandestina nelle aziende agricole comprese nella piana del fiume Sele, hanno tratto in arresto i marocchini:MBAREK BOUYA, di 34 anni;MOHAMED AGHRKIK, di 35 anni;MHAMED FAIZ, di 33 anni,in ottemperanza della legge Bossi – Fini, in quanto risultati inottemperanti a pregresso decreto di espulsione a lasciare il territorio nazionale. Nel contesto dell’operazione, sono stati espulsi 10 nordafricani clandestini e ne sono stati identificati e controllati complessivamente 85. E’ tuttora in corso attività ispettiva nei riguardi di 5 aziende agricole della Piana del fiume Sele, attenzionate per l’ipotesi di favoreggiamento e/o sfruttamento della manodopera clandestina e si sta verificando la posizione di tre extracomunitari per l’ipotesi di intermediazione di manodopera irregolare. Pertanto, fervono ulteriori indagini nel senso.
fonte: http://www.tvoggisalerno.it/
sabato 17 gennaio 2009
lunedì 12 gennaio 2009
NOI, FRAGILI, CONTRO LA MAREA MUSULMANA
di Ida Magli
L’immagine di piazza Duomo riempita di musulmani in preghiera, pubblicata da Il Giornale, ha finalmente provocato, non soltanto nei milanesi ma in tutti gli italiani, quel sentimento di angosciosa sorpresa che fino a oggi nulla era riuscito a provocare. Eppure sono molti anni ormai che si susseguono le notizie sugli sbarchi a Lampedusa, sulle scuole che rinunciano a festeggiare il Natale per non offendere i bambini islamici, dei crocifissi sempre sul punto di essere sloggiati da qualche aula; per non parlare delle prediche inutili di quei pochi che hanno tentato di mettere in guardia sia i politici sia le gerarchie ecclesiastiche sui pericoli che la presenza di credenti musulmani avrebbe inevitabilmente comportato per una civiltà fragile come la nostra. Che la nostra civiltà sia fragile tutti lo sanno bene; ma è necessario mettere l’accento sul fatto che è fragile soprattutto a causa dei suoi stessi valori principali: il cristianesimo, la libertà, la indulgente benevolenza tipica del carattere degli italiani.Sia il benvenuto quindi questo sussulto perché, se ci muoviamo subito, forse siamo ancora in tempo a salvarci. Prima di tutto cerchiamo di guardare la realtà in faccia senza gli accomodamenti di maniera. I musulmani che si riuniscono nelle piazze per pregare e per manifestare i loro sentimenti ci turbano perché sono tanti, visibilmente troppi perché noi si possa tenerli a bada. Questo è il dato fondamentale: sono troppi. Nel loro essere troppi è inclusa, poi, anche la visione del loro immediato moltiplicarsi con i numerosissimi figli e parenti. Che faremo? La questione della Palestina è grave e sicuramente non troverà soluzione in pochi giorni. È proibito dare fuoco alle bandiere? Certo, lo sappiamo, ma dirlo non è sufficiente. Comunque è soltanto la motivazione di oggi. Domani ce ne sarà un’altra, dopodomani un’altra ancora...
Quello che ha turbato di più, però, è l’associazione «Duomo-musulmani». Il grande spazio vuoto davanti a una cattedrale o alla chiesa principale di un paese segnala la sua sacralità, il «limite» oltre il quale si addensa la presenza divina che risiede nel tempio con l’eucarestia. In termini etnologici, diciamo che la piazza davanti al Duomo non è stata creata come luogo di riunione ma per porre una distanza «di rispetto» fra il profano e il sacro. Per i cristiani, ma soprattutto per i cattolici, una chiesa inoltre è un luogo dove si celebra il rito per eccellenza, il sacrificio della Messa, con la trasformazione reale del pane e del vino nel corpo di Cristo. La lampada sempre accesa davanti all’altare dove è custodita l’eucarestia testimonia che Gesù ha mantenuto la promessa: «Io sarò sempre con voi».
Naturalmente tutto questo non ha alcun senso per i musulmani ai quali è sufficiente un tappetino e volgersi in direzione della Mecca per pregare. Si riuniscono in piazza Duomo perché è al centro della città, è un luogo molto grande e perché comunque percepiscono, sia pure inconsapevolmente, la positività della risonanza culturale, storica, sacrale di cui i luoghi si impregnano attraverso il vissuto degli uomini. Prendiamocela dunque con noi stessi, con i nostri politici, con le nostre gerarchie religiose se oggi ci troviamo di fronte a una così drammatica situazione, non con loro. Né si dica (cosa che spesso si sente dire) che gli immigrati debbono imparare a rispettare le nostre leggi, le nostre consuetudini, i nostri valori: le culture sono una diversa dall’altra proprio in questi aspetti, non in altri. Possono imparare ad andare in orario al posto di lavoro anche se la percezione del tempo è diversa da cultura a cultura; possono imparare, sia pure con molta fatica, a parlare la nostra lingua, a mangiare qualcuno dei nostri cibi, a vestirsi come noi, ma i tratti che fondano una cultura non si possono cambiare. E non esiste cultura senza religione, o meglio: sono le religioni che fondano le culture.
Questo significa che siamo noi a dover agire. Prima di tutto prendendo coscienza che, per quanto laica sia la nostra società, si fonda su valori che, già presenti nella romanità, sono stati forgiati dal cristianesimo e rimangono a fondamento della nostra convivenza civile anche quando non ci accorgiamo più della loro origine cristiana. Credenti oppure no, dunque, non possiamo lasciar prevalere l’islamismo senza perire. Anche se accettassimo di diventare musulmani, o vi fossimo costretti, questo significherebbe ugualmente la fine della nostra civiltà.
Nessuno si faccia illusioni in proposito. L’islamismo è una religione forte, vitale e inflessibile (non ha la Grecia, Roma e Gesù di Nazaret dietro di sé). Né si guardi agli Stati Uniti d’America come esempio di luogo dove convivono razze, popoli e religioni diverse. L’America possiede un territorio immenso, cosa che già di per sé permette di non sentire l’acqua alla gola davanti alle diversità, come succede invece a noi con il nostro spazio ristrettissimo. Poi, essendo tutti in origine degli immigrati, gli americani non si trovano nella condizione di invasi e sopraffatti nella propria terra, nel proprio Paese, nella propria casa. Infine, tanto per dire la verità fino in fondo, bisogna togliersi dalla testa che l’America sia il paradiso delle etnie: la conflittualità negli Stati Uniti è fortissima, e lo è proprio per tutti quei motivi di cui da noi non si vuol sentir parlare come la razza, la cultura, il Paese di provenienza, la religione, la classe sociale, la ricchezza e così via. Dunque, non abbiamo più un minuto da perdere. Prima di tutto è indispensabile fare, da laici, quello che già molte volte i laici hanno fatto lungo la storia della Chiesa: scendiamo nelle piazze a predicare la nostra verità, creiamo dei movimenti nuovi nell’ambito del cristianesimo, dei movimenti che non si occupino di fare la carità o di rinnovare la teologia, ma che parlino di Gesù; che gridino anche alle istituzioni ecclesiastiche il Suo: «Non ripetete parole!». Sì, sono troppo logore le parole rituali, e la fame della nostra società è la fame dell’anima. Non lo vedete, dunque, che siamo tutti, anche voi, con i vostri conventi vuoti, i vostri seminari deserti, le vostre parrocchie abbandonate, come pecore senza pastore? I francescani sono nati così: andando per le strade, senza né libri né sacerdozio, soltanto con il Vangelo. Gridiamolo anche ai nostri politici: «Non ripetete parole!» perché noi delle parole non ne possiamo più. Non avete il diritto, parlando sempre di come diventeremo ricchi, di ucciderci nell’anima, di strapparci la nostra terra, la nostra cultura, la nostra religione. Avete giurato di essere fedeli all’Italia, non al mondo intero. Cominciate oggi. Neanche un immigrato in più, niente permessi di soggiorno, niente rifugiati, nulla. In Italia non c’è più posto per nessuno. Non aiuteremo il mondo lasciando morire la nostra civiltà, la bellezza della nostra musica, della nostra arte, della nostra poesia, al contrario. Il mondo sarà infinitamente povero senza l’Italia. La Chiesa sarà infinitamente povera senza l’Italia.
fonte: www.ilgiornale.it
L’immagine di piazza Duomo riempita di musulmani in preghiera, pubblicata da Il Giornale, ha finalmente provocato, non soltanto nei milanesi ma in tutti gli italiani, quel sentimento di angosciosa sorpresa che fino a oggi nulla era riuscito a provocare. Eppure sono molti anni ormai che si susseguono le notizie sugli sbarchi a Lampedusa, sulle scuole che rinunciano a festeggiare il Natale per non offendere i bambini islamici, dei crocifissi sempre sul punto di essere sloggiati da qualche aula; per non parlare delle prediche inutili di quei pochi che hanno tentato di mettere in guardia sia i politici sia le gerarchie ecclesiastiche sui pericoli che la presenza di credenti musulmani avrebbe inevitabilmente comportato per una civiltà fragile come la nostra. Che la nostra civiltà sia fragile tutti lo sanno bene; ma è necessario mettere l’accento sul fatto che è fragile soprattutto a causa dei suoi stessi valori principali: il cristianesimo, la libertà, la indulgente benevolenza tipica del carattere degli italiani.Sia il benvenuto quindi questo sussulto perché, se ci muoviamo subito, forse siamo ancora in tempo a salvarci. Prima di tutto cerchiamo di guardare la realtà in faccia senza gli accomodamenti di maniera. I musulmani che si riuniscono nelle piazze per pregare e per manifestare i loro sentimenti ci turbano perché sono tanti, visibilmente troppi perché noi si possa tenerli a bada. Questo è il dato fondamentale: sono troppi. Nel loro essere troppi è inclusa, poi, anche la visione del loro immediato moltiplicarsi con i numerosissimi figli e parenti. Che faremo? La questione della Palestina è grave e sicuramente non troverà soluzione in pochi giorni. È proibito dare fuoco alle bandiere? Certo, lo sappiamo, ma dirlo non è sufficiente. Comunque è soltanto la motivazione di oggi. Domani ce ne sarà un’altra, dopodomani un’altra ancora...
Quello che ha turbato di più, però, è l’associazione «Duomo-musulmani». Il grande spazio vuoto davanti a una cattedrale o alla chiesa principale di un paese segnala la sua sacralità, il «limite» oltre il quale si addensa la presenza divina che risiede nel tempio con l’eucarestia. In termini etnologici, diciamo che la piazza davanti al Duomo non è stata creata come luogo di riunione ma per porre una distanza «di rispetto» fra il profano e il sacro. Per i cristiani, ma soprattutto per i cattolici, una chiesa inoltre è un luogo dove si celebra il rito per eccellenza, il sacrificio della Messa, con la trasformazione reale del pane e del vino nel corpo di Cristo. La lampada sempre accesa davanti all’altare dove è custodita l’eucarestia testimonia che Gesù ha mantenuto la promessa: «Io sarò sempre con voi».
Naturalmente tutto questo non ha alcun senso per i musulmani ai quali è sufficiente un tappetino e volgersi in direzione della Mecca per pregare. Si riuniscono in piazza Duomo perché è al centro della città, è un luogo molto grande e perché comunque percepiscono, sia pure inconsapevolmente, la positività della risonanza culturale, storica, sacrale di cui i luoghi si impregnano attraverso il vissuto degli uomini. Prendiamocela dunque con noi stessi, con i nostri politici, con le nostre gerarchie religiose se oggi ci troviamo di fronte a una così drammatica situazione, non con loro. Né si dica (cosa che spesso si sente dire) che gli immigrati debbono imparare a rispettare le nostre leggi, le nostre consuetudini, i nostri valori: le culture sono una diversa dall’altra proprio in questi aspetti, non in altri. Possono imparare ad andare in orario al posto di lavoro anche se la percezione del tempo è diversa da cultura a cultura; possono imparare, sia pure con molta fatica, a parlare la nostra lingua, a mangiare qualcuno dei nostri cibi, a vestirsi come noi, ma i tratti che fondano una cultura non si possono cambiare. E non esiste cultura senza religione, o meglio: sono le religioni che fondano le culture.
Questo significa che siamo noi a dover agire. Prima di tutto prendendo coscienza che, per quanto laica sia la nostra società, si fonda su valori che, già presenti nella romanità, sono stati forgiati dal cristianesimo e rimangono a fondamento della nostra convivenza civile anche quando non ci accorgiamo più della loro origine cristiana. Credenti oppure no, dunque, non possiamo lasciar prevalere l’islamismo senza perire. Anche se accettassimo di diventare musulmani, o vi fossimo costretti, questo significherebbe ugualmente la fine della nostra civiltà.
Nessuno si faccia illusioni in proposito. L’islamismo è una religione forte, vitale e inflessibile (non ha la Grecia, Roma e Gesù di Nazaret dietro di sé). Né si guardi agli Stati Uniti d’America come esempio di luogo dove convivono razze, popoli e religioni diverse. L’America possiede un territorio immenso, cosa che già di per sé permette di non sentire l’acqua alla gola davanti alle diversità, come succede invece a noi con il nostro spazio ristrettissimo. Poi, essendo tutti in origine degli immigrati, gli americani non si trovano nella condizione di invasi e sopraffatti nella propria terra, nel proprio Paese, nella propria casa. Infine, tanto per dire la verità fino in fondo, bisogna togliersi dalla testa che l’America sia il paradiso delle etnie: la conflittualità negli Stati Uniti è fortissima, e lo è proprio per tutti quei motivi di cui da noi non si vuol sentir parlare come la razza, la cultura, il Paese di provenienza, la religione, la classe sociale, la ricchezza e così via. Dunque, non abbiamo più un minuto da perdere. Prima di tutto è indispensabile fare, da laici, quello che già molte volte i laici hanno fatto lungo la storia della Chiesa: scendiamo nelle piazze a predicare la nostra verità, creiamo dei movimenti nuovi nell’ambito del cristianesimo, dei movimenti che non si occupino di fare la carità o di rinnovare la teologia, ma che parlino di Gesù; che gridino anche alle istituzioni ecclesiastiche il Suo: «Non ripetete parole!». Sì, sono troppo logore le parole rituali, e la fame della nostra società è la fame dell’anima. Non lo vedete, dunque, che siamo tutti, anche voi, con i vostri conventi vuoti, i vostri seminari deserti, le vostre parrocchie abbandonate, come pecore senza pastore? I francescani sono nati così: andando per le strade, senza né libri né sacerdozio, soltanto con il Vangelo. Gridiamolo anche ai nostri politici: «Non ripetete parole!» perché noi delle parole non ne possiamo più. Non avete il diritto, parlando sempre di come diventeremo ricchi, di ucciderci nell’anima, di strapparci la nostra terra, la nostra cultura, la nostra religione. Avete giurato di essere fedeli all’Italia, non al mondo intero. Cominciate oggi. Neanche un immigrato in più, niente permessi di soggiorno, niente rifugiati, nulla. In Italia non c’è più posto per nessuno. Non aiuteremo il mondo lasciando morire la nostra civiltà, la bellezza della nostra musica, della nostra arte, della nostra poesia, al contrario. Il mondo sarà infinitamente povero senza l’Italia. La Chiesa sarà infinitamente povera senza l’Italia.
fonte: www.ilgiornale.it
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venerdì 9 gennaio 2009
PONTECAGNANO: SCOPERTO GIRO DI PROSTITUTE SQUILLO DOMINICANE
Ragazze dominicane incontravano i loro clienti in un appartamento del centro picentino. I clienti provenivano dalla Piana del Sele
Uno strano andare e venire di persone in via Posidonia a Pontecagnano ha attirato anche l'attenzione delle forze dell'ordine che vi hanno scoperto una casa d'appuntamento. Andirivieni di persone, giovani donne mai viste prima accompagnate da auto di grossa cilindrata determinavano l'intensificazione dei servizi d'investigazione della Polizia di Stato che consentiva di accertare che alcune donne originarie della Repubblica Dominicana si prostituivano in un appartamento della zona. Ed infatti le indagini consentivano di sorprendere ed identificare all'interno di una palazzina a due piani tre donne dominicane, due 24enni ed un 42enne, che ammettevano l'attività di prostituzione. L'attività d'indagine della Squadra Mobile presso la Questura di Salerno ha consentito di accertare che gli abituali frequentatori della casa, alcuni anche identificati durante il blitz, erano appartenenti alla media ed alta borghesia della Piana del Sele. Gli investigatori stanno cercando di accertare quale organizzazione sfruttava le tre prostitute dominicane.
www.12mesi.it
Uno strano andare e venire di persone in via Posidonia a Pontecagnano ha attirato anche l'attenzione delle forze dell'ordine che vi hanno scoperto una casa d'appuntamento. Andirivieni di persone, giovani donne mai viste prima accompagnate da auto di grossa cilindrata determinavano l'intensificazione dei servizi d'investigazione della Polizia di Stato che consentiva di accertare che alcune donne originarie della Repubblica Dominicana si prostituivano in un appartamento della zona. Ed infatti le indagini consentivano di sorprendere ed identificare all'interno di una palazzina a due piani tre donne dominicane, due 24enni ed un 42enne, che ammettevano l'attività di prostituzione. L'attività d'indagine della Squadra Mobile presso la Questura di Salerno ha consentito di accertare che gli abituali frequentatori della casa, alcuni anche identificati durante il blitz, erano appartenenti alla media ed alta borghesia della Piana del Sele. Gli investigatori stanno cercando di accertare quale organizzazione sfruttava le tre prostitute dominicane.
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BATTIPAGLIA: MAROCCHINO MINACCIA DI FAR ESPLODERE LA CASA CON IL GAS
Questa notte, alle prime luci dell’alba, i Poliziotti battipagliesi sono intervenuti in Via Mameli a Battipaglia, dove hanno tratto in arresto il cittadino marocchino Abdelilah Fitah, per maltrattamenti in famiglia, violenza e lesioni a Pubblico Ufficiale. Gli Agenti sono intervenuti presso l’abitazione ove il marocchino convive con una donna ucraina ed i figli di quest’ultima, in seguito alla segnalazione di una violenta lite familiare. Giunti tempestivamente sul posto i poliziotti hanno avvertito un forte odore di gas ed hanno accertato che il Fitah, nel corso della lite, dopo aver aggredito la donna, per spaventare la stessa ed uno dei figli, aveva aperto il rubinetto del gas, minacciando di far esplodere tutto. Il personale della Polizia di Stato ha immediatamente chiuso il rubinetto del gas, mettendo in sicurezza l’ambiente, ed ha provveduto a bloccare il marocchino che ha reagito con violenza, anche a causa del suo stato di ebbrezza alcolica, tentando di sottrarsi al controllo. Ben presto lo straniero è stato immobilizzato e tratto in arresto; al termine delle formalità di rito è stato condotto presso la Casa Circondariale di Salerno, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria, in attesa del rito direttissimo che si terrà nella giornata di domani presso il Tribunale di Eboli (SA).
www.salernonotizie.it
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lunedì 5 gennaio 2009
I LUCANI NELLA PIANA DEL SELE

La Piana del Sele configurò il bacino di raccoglimento di diversi popoli dell’antichità: Etruschi, Piceni, Greci, Romani.
Ma coloro che hanno conferito un impronta etnica chiara e permanente a tale territorio vanno individuati nei Lucani
D’altronde anche le recenti immigrazioni dall’entroterra potentino e cilentano sembrano ulteriormente rafforzare questo dato storico, a testimonianza di una contiguità di tipo osmotico tra la regione interna e la piana stessa. Quindi in sostanza il riferimento principale da cui attingere le nostre origini di abitanti della Piana del Sele è quello lucano.
I Lucani affiorarono attraverso la sovrapposizioni delle stirpi osco-sannitiche spostatesi più a sud, con gli antecedenti Enotri e con le popolazioni autoctone locali di retaggio paleoeuropeo.
La loro denominazione rimanda all’etimologia latina “lucus” (Bosco sacro) o dal greco “lukos” (lupo) conformemente alle peculiarità morfologiche territoriali e ai riti italico-totemici della Ver Sacrum ( primavera sacra).
La presenza lucana nella Piana del Sele sventagliò da Agropoli sino alla sponde del fiume Tusciano interponendosi sul piano cronologico tra la colonizzazione greco-sibarita (Poseidonia) e il dominio romano. Essi intorno al 400 a. C. piombarono dai varchi appeninici soggiogando l’intera piana tra cui le città di Eburum (odierna Eboli) e Posidonia (ribattezzata lucanamente Paistom). L’eredità di questo antico popolo è riconoscibile dagli svariati reperti assurti alla luce, stanti a palesare soprattutto la propria inclinazione guerriera, aristocratica e patriarcale. I Lucani, è risaputo, assorbirono molto della cultura greca, in primis, mutuarono l’uso dell’alfabeto. Un armonico intreccio culturale diede corpo alla fascinosa “koinè” di cui, sotto certi aspetti, ancora oggi ne ammiriamo le fattezze (dipinti, sculture, tombe, elmi, armi etc…).
Come gran parte delle popolazioni italiche guerriere nel “pantheon lucano” si evince la devozione per il dio della guerra Mamerte, l’equivalente del Marte romano di cui è palese la radice cultuale uranico-indoeuropea. Ad esso si affianca il culto della dea ctonica delle acque Mefite : una volta giunti alla foce del Sele ebbero il modo di riproporlo sotto le vesti matriarcali di Hera Argiva. Il connubio culturale ellenico-lucano fu ampiamente riuscito, scevro da snaturamenti e disarmonie, in virtù della comune matrice indoeuropea dei due popoli. Ecco perché la Paistom lucana riuscì a preservare le caratteristiche originarie di “polis”, implementata delle nuove forme culturali e sociali.
I Lucani trovarono sul loro destino la potenza di Roma. Analogamente ad altre tribù osco-italiche (Sanniti, Brettii) riuscirono, tuttavia, a vendere cara la pelle anche in virtù del loro temperamento tenace, bellicoso, rude.
Una “resistenza etnica” il cui filo rosso si estende fino al XIX secolo….con la guerriglia difensiva innescata dai briganti lucani contro le umiliazioni inferte dall’invasore sabaudo-unitario. Un filo rosso che attende di essere ulteriormente afferrato, in vista dei futuri prosceni dai cui potrebbe stagliarsi un nuovo ed inevitabile fronte di sbarramento etnico.... stavolta decisivo.
Silarus
QUESTIONE IMMIGRAZIONE
Doge
http://doge91.blogspot.com/
martedì 30 dicembre 2008
BATTIPAGLIA:PRESO IL SOLITO SENEGALESE DI VIA MAZZINI CHE VENDE MERCE CONTRAFFATTA
Nell’ambito della costante attività di controllo del territorio, ieri 29 dicembre, il personale del Commissariato della Polizia di Stato di Battipaglia, diretto dal vicequestore aggiunto dr. Antonio Maione, ha arrestato il cittadino senegalese GUEYE Modou del 1966, residente in Montecorvino Pugliano (SA), perché sorpreso in Battipaglia, via Mazzini angolo via Gonzaga, a vendere n° 203 riproduzioni pirata su supporti informatici (CD musicali, DVD Play station e DVD films). Nella circostanza i poliziotti gli hanno notificato il decreto di rifiuto del permesso di soggiorno emesso il 26.11.2008 dal Questore della provincia di Salerno. Dopo le formalità di rito Gueye Modou, pluripregiudicato per reati simili, è stato condotto presso la Casa Circondariale di Fuorni, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
http://www.12mesi.it/
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